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Luce scura e opprimente, emanata da una lampada murale a galena di Feyaden. Un letto matrimoniale amaranto con strisce viola più chiare. Pareti di un color bianco crema. Due comodini neri ai lati del letto, ciascuno con sopra un lampadario di peltro. Ritratti di donna in bianco e nero, su sfondo di velluto nero, sistemati in un unico lungo quadro. Sto in piedi sulla soglia e fisso l'ambiente. Sulla sinistra c'è un mobile con sopra due strane sculture a forma di G, di un legno dall'apparenza del piombo. In fondo a destra, appena visibile, c'è un lavandino incassato in una strettoia. Il luogo mi trasmette sensazioni orribili, come se un gelo essenziale mi penetrasse nelle ossa. So di essere su un'astronave infestata dagli spettri, destinata ad essere inghiottita da un'atroce singolarità.
Una cattedrale vuota. Un vicolo deserto tra pareti senza colore. Una chiesa circondata da reliquie del mondo umano. Uno scantinato impregnato delle peggiori paure. Binari attraversati da piccole dosi di demenza... o stazioni dalle pareti liscie ed untuose, entro le quali reclamare non-vita. Sogni, incubi? di menti imprigionate nel silicio urlante.Si confonde nel mio campo visivo, come un sole viola formato da un milione di volti urlanti e deformi. In una convezione senza fine gli occhi d'inchiostro nero sporgono folli dalla cromosfera e vi affondano, trasformando quella fornace termonucleare in un tumore impazzito. Tentacoli di plasma scaturiscono dalle facce spaccate, lambendo il delirio geometrico circostante, quello spazio non euclideo in cui si ammassano grappoli di dimensioni accartocciate.

Io sono il silenzio
Che viene urlante
Dopo la parola.
Io sono il vento
Che spira nelle fronde
D’alberi senza radici.
Io sono l’acqua
Che bagna le sponde
D’infiniti mari.
Io sono l’istante
Che dice di sé
Il tempo e la fine.
Io sono la pietra
Che incisa reca
La menzogna dell’uomo.
Io sono la foglia
Maciullata e putrida
Sotto lo scafo della nave.
Io sono il fuoco
Che consuma e della fenice
Si fa genitore.
Io sono il sangue
Che rosso scivola
Sul selciato ferito.
Io sono il nero
Degli occhi crudeli
Della peste assassina.
Io sono il dolore
Della nascita e della morte
E dell’intermezzo.
Io sono l’illusione
Che ostinata disprezza
La mia ragione.
Io sono il nulla
Che ogni cosa dipinge
D'assurde tinte
Io sono Douve
E osservo la folgore
Illuminare la mia
Morte.